Io sono fatto così ed è impossibile cambiare.
Crescendo e diventando adulti abbiamo costruito il nostro carattere, la nostra personalità che dice a noi e agli altri che tipo di persone siamo, quali sono le nostre preferenze e i nostri punti deboli
Lo psicologo è per i deboli! (e io voglio farcela da solo).
Quando abbiamo un problema o siamo in difficoltà, spesso, una delle prime cose che facciamo è cercare di trovare una soluzione in autonomia, senza chiedere l’aiuto di altri. Questo non solo è perfettamente normale ma è anche adattivo e funzionale perché ci permette di mettere in campo qualcosa di nostro per giungere ad uno scenario migliore di quello in cui siamo. Cercando e trovando una soluzione da soli aumenta anche la nostra autostima e autoefficacia perché ci sentiamo “in grado di” fare qualcosa di buono e rasserenante per noi stessi.
La psicoterapia dura troppo, un tempo infinito.
La psicoterapia dura troppo. Mi impegnerò per un tempo infinito senza vederne la fine.
È facile ipotizzare che un percorso psicologico possa durare a lungo perché prende in considerazione dinamiche di funzionamento che non sempre sono immediate o immediatamente spiegabili o risolvibili. A differenza delle visite mediche, alla cui durata siamo abituati, un percorso psicologico (a maggior ragione se si tratta di psicoterapia) non può prescindere dalla relazione terapeutica che si basa sulla fiducia, sull’affidamento e sulla motivazione reciproca a raggiungere determinati obiettivi.
Non è parlando che si risolvono i problemi.
Le cose vanno affrontate in maniera concreta, le parole non servono a nulla, è tutto tempo perso.
È un luogo comune pensare che, se ci sono motivi concreti di sofferenza, il benessere vada cercato in maniera altrettanto concreta.
La nostra è una cultura del “fare”, in cui stare fermi a parlare è facilmente visto come un vezzo, un impiego tipico dello “scansafatiche” che cerca un modo per occupare la giornata. E’ altrettanto facilmente associato alla chiacchiera, al pettegolezzo e in generale a qualcosa che, non solo non ha utilità alcuna ma può essere anche dannoso o lesivo della dignità.
Come può un estraneo capire i miei problemi?
Perché rivolgersi ad uno psicologo quando posso parlare con un amico?
È nella natura umana ricercare il contatto e la vicinanza di figure rassicuranti, sensibili e possibilmente responsive dei nostri bisogni, soprattutto quando siamo in difficoltà. E’ altrettanto normale che la scelta, tra queste figure, ricada su quella che più ci sembra vicina a noi e interessata al nostro benessere perchè coinvolta in un legame affettivo più o meno profondo.
Ah… sei psicologo?…
Questa domanda, formulata spesso con un’espressione facciale di imbarazzo e preoccupazione, di solito nasconde considerazioni più o meno esplicite del tipo “Allora mi hai già capito!”, “Allora devo stare attento a come parlo!”, “Allora mi stai analizzando!” e talvolta anche “Stanotte ho sognato che… cosa vuol dire?”.
“Fatti vedere da uno bravo!”, “Devi farti curare”.
“Fatti vedere da uno bravo!”, “Devi farti curare!”, “Vai da uno strizzacervelli!” e chi più ne ha più ne metta.
Sono frasi che appaiono offensive a chi le riceve, lesive della propria lucidità, capacità di giudizio o di controllo emotivo. Ma perchè?
Queste affermazioni nascondono in realtà il più antico pregiudizio legato alla figura dello psicologo, dello psichiatra o dello psicoterapeuta, cioè che queste figure si occupino prevalentemente (o esclusivamente) di persone che soffrono di gravi disturbi mentali e quindi poco o per niente in grado di badare a se stesse.
Le professioni “Psi…”: un po’ di chiarezza
Le persone si chiedono spesso quale differenza ci sia tra psicologo, psicoterapeuta, psichiatra e neuropsichiatra infantile.
Partiamo col dire che lo psicologo è laureato in psicologia e può esercitare la professione solo dopo aver conseguito un titolo di abilitazione (ottenuto tramite il superamento di un Esame di Stato e sostenuto dopo una laurea triennale o quinquennale), che consente l’iscrizione del professionista all’Ordine degli Psicologi della regione di residenza.
Timidezza o ansia sociale?
La timidezza è un tratto caratteriale, una caratteristica personologica che è propria delle persone che provano imbarazzo nel relazionarsi con gli altri e tendono a mettersi il meno possibile in mostra o al centro dell’attenzione. Anche se socialmente la timidezza è associata a debolezza, essa non è necessariamente negativa o disfunzionale: se la persona, nonostante le iniziali difficoltà, riesce ad avere una vita relazionale soddisfacente, costruisce legami e sviluppa buoni rapporti con gli altri, la timidezza rimane semplicemente una caratteristica individuale così come il colore degli occhi o dei capelli.
Adolescenza ed efficacia genitoriale (e coniugale)
Le convinzioni di autoefficacia sono centrali in tutte le età della vita ma lo diventano in particolar modo in adolescenza.
L’autoefficacia è la convinzione di potercela fare in uno o più campi della vita, dagli ambiti prestazionali e competitivi a quelli relazionali e più emotivi.
L’adolescenza, in cui si costruisce un senso di identità stabile e si compiono scelte decisive per il proprio futuro, è particolarmente sensibile anche al senso di efficacia dei genitori, cioè a quanto e come percepiscono la loro convinzione di potersi ritenere efficaci nel loro ruolo genitoriale.
